Una nera rabbia di poesia sul petto. (Pier Paolo Pasolini)


Domani
maggio 6, 2012, 5:23 pm
Filed under: le mani rosse

[domani moriremo, amore mio –
avremo ancora caldo e sete
e freddo e fame e tutto il resto: resta]

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Vocali
maggio 6, 2012, 3:43 pm
Filed under: le parole color pesca

sono sotto la panchina le vocali che ci dicemmo,
chi lo avrebbe detto,
le ho ritrovate, oggi, a giugno, smuovendo la terra con i piedi; dove caddero le i, indaco la zolla è diventata; dove spargemmo le o, opercoli si aprivano e chiudevano per prendere aria a turno, compitando mezzestive parole: le a, sai come sono, promettono sempre presuntuosi anemoni:
le e, esitavano come signorine nel camerino, le u invece urtavano con due braccine magre la superficie, trascinano lo stesso peso cieco del nostro vivere muto e inutilmente cocciuto.



Le dimensioni contano (III)
aprile 13, 2012, 6:39 pm
Filed under: il bosco sempreverde

E questa è la soglia che deve essere attraversata, inseguendo il bianconiglio giù per un cassetto, ma è anche l’atto d’inizio di una serie di tentativi fallimentari di aprire cassette e porte: la bambina finisce sempre col trovarsi in mano il pomello, e col ferirsi le dita con oggetti appuntiti come punte di compasso o spilli a balia. Sanguina. Le cose che la circondano sono impossibili e acuminate, sono chiodi che spuntano da pezzi di carne cruda, filoni di pane. Si trova in un mondo di ambiguità, che riempie la falla tra le creature viventi e gli oggetti inanimati. Spargendo il suo sangue o allarmata da ciò che vede su questa possibilità, Alice “sa” che il mondo “normale” è in qualche modo cambiato in un luogo di pericolo, dove l’esistenza è sopraffatta da presagi mortali. Ma la morte stessa prende una forma inusuale, grottescamente ribalta le carte del gioco, trasformandosi nella vita di oggetti inanimati o che furono vivi un tempo – nessuno dei quali è in grado di sanguinare come la bambina. Così gli Animali sono fatti di ossa e stracci; il Bruco si anima da una serie di materiali diversi – un calzino, un fungo di legno per il rammendo, una dentiera, del filo, due sfere di vetro come occhi; la Lepre è un pupazzo rotto che ha bisogno di essere continuamente ricaricato a molla per muoversi; il Cappellaio è un manichino di legno dalla schiena cava per cui scorre via visibilmente il tè; il coniglio infine deve rammendarsi con filo, ago, quando si ferisce perdendo la segatura che ne riempie il corpo. Nonostante sembri spaventato da Alice, scappando come si incontrano, è tuttavia lui stesso connotato da caratteristiche aggressive: i denti lunghi che tagliano di netto il ferro, le forbici, le biglie di vetro degli occhi, le spille che tengono insieme pelliccia e panciotto – una forma ostinata di vita-in-morte. Ogni cosa è comune e contemporaneamente disturbante: la casa del coniglio, posta su una scrivania, si mostra come una graziosa abitazione per bambole, fatta di mattoncini, ma entrando Alice scopre una gabbia, con escrementi animali sotto il materasso. Se la dinamica del rovesciamento dell’ordinario nello straordinario, senz’altro accomuna il film ai libri di Carroll, c’è un aspetto fondamentale che l’opera di Svankmajer sottolinea con più forza: l’assenza di regole e governo, nonostante la regina e il re, i cavalieri rappresentati sulle carte, mentre combattono un duello insensato tra grandi lenzuola bianche, pendenti come tendaggi e sipari, in una delle ultime scene. Un mazzo di carte quale vertice (la stanza in cui si trovano è presumibilmente una soffitta), di questo casamento bizzarro, fuori dal tempo e dallo spazio. È il coniglio ad aver il ruolo di tagliatore di teste, senza nessuna particolare ragione, se non quella del caso, della precarietà di ogni esperienza visiva, di ogni illusione. Ovvero infine: questo è un luogo senza confini solidi, è la crudezza di vita e morte, non ancora inscritte in un discorso sociale, è l’ancora mancante differenziazione tra ciò che Alice vede e ciò che dovrebbe vedere, il taglio che farà di lei un’adulta consapevole della divisione tra esperienze accettabili e inaccettabili, capace di un equilibrio che non la sbalzi su con la testa contro il tetto e arti serpenteschi, o la rivoluzioni a creatura minuscola. La bambina conosce in questo universo parallelo l’insensatezza, la vacuità su cui tutto è costruito. Nella casa oltre la casa, come nei libri originali, beve da bottiglie e mangia sassolini-biscotto che la fanno crescere improvvisamente o diminuire alle dimensioni di bambola dagli occhi semoventi, perdendo il suo stato umano. La sua natura è labile, ma questo non sembra sconvolgerla più di tanto. Cosa sappiamo davvero dei suoi sentimenti? Le sue reazioni emotive sono per lo più indecifrabili, o si fermano ad un serio, appena accennato, stupore o ad un leggero fastidio. È un canale per lo spettatore che osserva con il suo sguardo apparizioni ed eventi incredibili, ma sembra impossibile una piena interpretazione dei suoi stati interiori. L’infanzia è, in questo senso, non la terra sempre ricercata dalla memoria, ma uno spazio di dimenticanza: non saremo mai più bambini, non avremo più a che fare così intensamente con “l’altro” contenuto in ogni normale esistenza, non saremo più, infine, capaci di accettare l’estrema fragilità di un simile stato, la sua arte nell’inventare e percepire la vita come qualcosa di appuntito e crudele che fuoriesce dalla polvere del mondo quotidiano (segue …)



Le dimensioni contano (II)
aprile 1, 2012, 6:09 pm
Filed under: il bosco sempreverde

Uno dei luoghi principali luoghi letterari in cui le dimensioni si alterano è il Paese delle Meraviglie in cui Alice precipita. Alice è immersa in una sonnolenta campagna estiva – tutto intorno solo acqua, siepi, margherite-, quando all’improvviso compare sulla scena il coniglio bianco. A precipizio lo insegue giù nel buco, dentro un passaggio stretto e impossibile, precipitando in un mondo rovesciato, dove gli animali sono abbigliati come gli umani, e le parole smettono che erano solite essere. Il linguaggio diventa non più un mezzo, ma qualcosa di vivo, alchemico e duttile, soggetto a una logica ferrea completamente priva di significato concreto, spogliato di ogni senso, ma utilizzabile come oggetto materiale, fragile e potente insieme.

L’esperienza cardine dell’infanzia non è -come si crede- la perdita dei sogni o invece la loro realizzazione, ma il  divenire inesorabilmente consapevole delle lingue, dei vocabolari, che generano il mondo e ne sonogenerati. Il sottosuolo, il paese delle meraviglie (Wonderland) o la scacchiera oltre lo specchio, sono luoghi disordinati, sebbene retti da personaggi assurdamente formali e arroganti, dove è Alice stessa che viene messa a soqquadro: le sue dimensioni corporee cambiano in modo grottesco e poco controllabile; l’educazione ricevuta è del tutto inservibile; deve mantenersi sana di mente, fuggire, svegliarsi.

“Giù, giù, giù. Finirà mai questa caduta?”

Il risveglio non deriva dal conseguimento di una meta, dall’identificazione di nuovi confini sociali, ma dalla capacità di Alice di assorbire tutto dagli occhi, in un viaggio sospeso nel sogno, dove sovvertimento e rivelazione non sono che uno la superficie riverberante dell’altro. Nel film di Jan Svankmajer, la bambina getta sassi dentro una tazza di tè; la stanza è seduta è piena di oggetti strani, che evocano un universo residuale, una terra di cose dimenticate, come insetti morti, piccoli, teschi di animali, una trappola per topi, una bambola di porcellana con le fattezze di Alice stessa.  In questo contesto domestico e bizzarro, si anima il coniglio bianco: un animale inquietante,  tassidermizzato, che rompe la teca di vetro in cui “vive” con un  paio di lunghe forbici nere. È uno psicopompo che guida Alice in un altro mondo instabile, familiare, ambiguo, decadente. La scena che segue è indice del passaggio che sta per avvenire: Alice corre dietro al coniglio attraverso un vecchio tavolo al centro di uno spazio aperto, una terra di nessuno fatta di pietre e macerie (segue …)



Le dimensioni contano
marzo 22, 2012, 11:42 am
Filed under: le mani rosse

Nei miti, nelle leggende, nelle fiabe, e in tutte le storie che attingono a queste narrazioni primaria, le dimensioni e la forma sono approssimative e mutevoli. Lo sono anche la misura e la forma del cuore, perché la persona amata può essere improvvisamente disprezzata e la persona odiata può diventare oggetto d’amore. Pensate a cosa accade in Sogno di una notte di mezza estate , quando grazie alle gocce magiche che Puck gli versa negli occhi, Lisandro, un donnaiolo opportunista, si trasforma in un marito devoto. Nell’uso che Shakespeare fa della pozione magica non è l’oggetto del desiderio ad essere modificato -le donne rimangono sempre uguali- ma è l’uomo che viene costretto a vederle in maniera diversa. Nella stessa commedia, Titania si invaghisce di uno sciocco dalla testa d’asino. Shakespeare fa un uso malizioso della pozione, con l’intento però di mettere in discussione la realtà: vediamo veramente quel che crediamo di vedere? amiamo veramente quel che crediamo di amare?

Crescere è difficile. Misteriosamente, anche quando il nostro corpo è adulto, a quanto pare la nostra crescita emotiva deve continuare, e questo implica al tempo stesso una espansione e una riduzione, visto che alcune parti di noi si sviluppano mentre ad altre dobbiamo rinunciare. La rigidità non va mai bene: troppo spesso finiamo per essere fuori misura del nostro stesso mondo. Un tempo la mia rabbia era così grande che avrebbe riempito qualunque casa. Mi sentivo Pollicino, che doveva nascondersi sotto una sedia per non essere calpestato. Ricordate come Sinbad raggira il genio? Sinbad apre la bottiglia, da cui salta fuori un genio alto più di tre metri, pronto ad uccidere il povero Sinbad. Così Sinbad fa leva sulla sua vanità e scommette che non riuscirà a rientrare nella bottiglia. Appena il genio ci rientra, Sinbad tappa il collo della bottiglia per tenerlo prigioniero fin quando non verrà a più miti consigli. Le fiabe ci avvertono che non c’è una misura standard: la misura è particolare e soggetta al cambiamento. Le storie degli dei che assumevano sembianze umane -divinità in scala ridotta- sono anche storie che ci mettono in guardia dal giudicare secondo le apparenze: nulla è ciò che sembra. Sono giunta alla conclusione che per essere della misura giusta per il nostro mondo sia un indizio prezioso per imparare a vivere. Mia madre, ad esempio, era troppo grande per il suo mondo, e allora si accucciava mesta e goffa sotto lo scaffale più basso, per poi, all’improvviso, ergersi nuovamente all’improvviso fino a raggiungere i tre metri di altezza, incombendo su di me con i suoi seni enormi, urlando ‘tagliatele la testa!’. Poi dal momento che era una metamorfosi inutile, ridondante, distruttiva, rimpiccioliva di nuovo, sconfitta.

Nelle favole ci sono spesso elementi transitori, instabili. Un fagiolo magico si trasforma in un albero altissimo su cui Jack si arrampica per raggiungere il castello. Questo ponte tra due mondi è imprevedibile e sorprendente: non possiamo restare lì, non è il nostro mondo, non è della nostra misura. La pianta di fagiolo deve essere abbattuta, ma le enormi ricchezze che provengono dall’altro mondo possono essere portate nel nostro, come fa jack, che se la squaglia con l’arpa magica e la gallina delle uova d’oro. Ciò che conquistiamo si adegua alla nostra misura e alla nostra forma, così come le principesse in miniatura e i principi ranocchi assumeranno le sembianze necessarie per la loro vita futura, e per la nostra.

Una vita dura ha bisogno di una lingua dura, perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi, è un luogo dove ritrovarsi.

La biblioteca nel mio quartiere era discreta, affollata di libri curiosi, che spesso non ho mai più ritrovato. Credevo che ‘assassinio nella cattedrale’ fosse un giallo, credevo che eliot fosse un nome francese, e per anni l’ho pronunciato così. Aprii il libro, vidi che era in versi. Nulla tornava, né il giallo né la poesia. Stavo per richiuderlo e abbandonarlo, ma

Non è che un breve momento/
Ma sappiate che un altro si prepara, sarete/
Trafitte all’improvviso da una gioia dolorosa  

Scoppiai a piangere.

Quelle parole si depositarono in me come le molecole di un composto chimico.

Quando aprii di nuovo gli occhi, tutto era cambiato.



Le parole color pesca (II)
marzo 17, 2012, 9:38 pm
Filed under: le parole color pesca

la solitudine ha i giorni contati
i fiori in ordine nei vasi
un bosco sempreverde
un calendario perpetuo
il pavimento pulito
la porta a spinta
la sedia più comoda della casa
le labbra screpolate
non trattiene la saliva
gli cola qualcosa dall’occhio
corre con un piede paralizzato
ha i capelli azzurri, come i principi inventati
le lampadine che scoppiano al suo passaggio
un florilegio di santi affrescati
la lingua sciolta
la parlantina che incanta
una fischietto d’oro per le allodole
una trappola per le rondini
vive in un luogo comune
è un comune mortale
cammina lentamente
lentamente odia chiunque
fa crescere solo rose
appende i suoi abiti al sole
ha non ha vergogna di restare
è sorda al tuo pregare
si mangia le unghie
mentre pensa all’amore
non risponde alle domande
non replica alle risposte
non conosce incertezze
aspetta solo che il giorno diventi
un altro giorno
o il giorno di un altro
sa contare bene
sa tutte le grammatiche
di noi analfabeti di qualsiasi volume
specialmente
di quello che ci spiega, stella per stella, il loro barlume.



in memoria di fabrizio de andrè
marzo 12, 2012, 8:43 pm
Filed under: i fiori blu

L’incontrai, la prima volta, a scuola.
Da un vecchio registratore lo sentii raccontare la storia di Piero, il soldato che era morto tra i papaveri.

Io e la mia amica del cuore, quella sera, indossammo i rispettivi grembiuli rosa e azzurro (la divisa di un altro colore) e inscenammo millemila volte la storia così come l’avevamo capita, ripetendo i brandelli della canzone che eravamo riuscite ad afferrare dopo averla ascoltata una sola volta.

Nella mia immaginazione infantile, già fertile, tragica e grandiosa, i soldati morivano entrambi, declamando all’unisono l’ultima strofa.

Il Mistero che portava con sè m’avrebbe bucato il cuorequando lo incontrai di nuovo, circa dieci anni dopo: io era una tredicenne con gli occhi vuoti, lui raccontava la storia di una bambina segregata in un tempio, del figlio che portò in grembo -lo chiameranno figlio di Dio/ parole confuse nella mia mente/ svanite in un sogno, ma impresse nel ventre-, il dio così uomo da morire come un uomo qualsiasi.

Ricordo distintamentente quel pomeriggio: con gli occhi spalancati e le mani brucianti, sentii Piero sparare più forte e lui prese il posto di tutti gli altri che non avevo potuto amare come lui, perchè non erano lui.

Poi vennero il blasfemo, il giudice e il matto. Quella donna con le labbra di carne e i capelli di  grano,  i ciliegi feriti, le lingue rosse al polline dei fiori, e l’uomo che morì mentre la stringeva.

Sognai così forte che mi uscì il sangue dal naso.

Adesso lo acclamano quelli che un tempo l’avrebbero zittito, e quelli che lo zittirono. Fazio gli dedica uno speciale, ma se l’avesse ospitato gli avrebbe permesso di cantare le tre canzoni che si schitarrano in spiaggia come canzoni qualsiasi, e lui non ci sarebbe andato. Viene definito  ‘un grande artista’ da portatrici sane del vuoto cosmico, presentatrici dal sorriso commosso su cui lui avrebbe sputato, che non potrebbero mai ascoltarlo, e di certo non l’hanno mai fatto.

Non vi sarebbe piaciuto. Non piacerebbe a loro.
Beveva. Era un bastardo con le donne.
Morì perchè si è distrutto i polmoni fumando.
Sono sicura che perse intere notti guardando le televendite, ebbe paura di non farcela infinite volte e infinite volte fu ridicolo, pavido o goffo.

Ma

.. adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.