Una nera rabbia di poesia sul petto. (Pier Paolo Pasolini)


settembre 26, 2012, 7:12 am
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non importa se il muro parla
chi corre e tace
se il piede spinge su un pedale solo
se arriva una nube che fa notte
io sono dall’altra parte;
non importa la pioggia e nemmeno il suo sospetto
la spia che fa il vento
non importa se l’autunno mi reclama
gli occhi e la rossa vena
meno ancora conta la trama
non importa l’inchiostro quasi finito
e se rimando di scriverti
dalla porta accanto
non importa se il pane è indurito
se non ho spostato il tavolo
se ho sentito quel volo
che fanno le tue risate
passeri che hanno scelto l’albero più folto
se fanno convegno, vivi frutti del cielo,
non importa se la piastrella è rotta
se la stanza ha perso una parete
se il cardine del sogno è bloccato
se il gomito mi duole e le ossa dietro
come un filo elettrico,
non importa il vestito
del risveglio
e il segno che tracci
perché ci resti dietro
io sono di vetro;
non importa se la grazia della mano
rimane sospesa
come una sorpresa che aveva preparato
per scaldarti il fiato,
non importa se ogni futuro
è posticipato
io sono la più piccola frazione del presente
e sarà così facile andarsene
un battere di ciglia,
di neve mi riempio il cuore
come un bicchiere e fingo che sia dolce
non importa
io sono al suo bianco breve, fedele.



giugno 8, 2012, 9:12 am
Filed under: le parole color pesca

bastami cielo
così come sei, pulito,
un fazzoletto
anche per un’unica rondine;
bastami,
ti terrò sollevato sul capo
per questo sole senza scampo;
bastami,
per chiuderci dentro
un anellino per quella volta sola
e come pagina piegata in quattro dal pianto
e soltanto
per una lucentezza paca, mattutina
dalla finestra che non ho più aperto.



Vocali
maggio 6, 2012, 3:43 pm
Filed under: le parole color pesca

sono sotto la panchina le vocali che ci dicemmo,
chi lo avrebbe detto,
le ho ritrovate, oggi, a giugno, smuovendo la terra con i piedi; dove caddero le i, indaco la zolla è diventata; dove spargemmo le o, opercoli si aprivano e chiudevano per prendere aria a turno, compitando mezzestive parole: le a, sai come sono, promettono sempre presuntuosi anemoni:
le e, esitavano come signorine nel camerino, le u invece urtavano con due braccine magre la superficie, trascinano lo stesso peso cieco del nostro vivere muto e inutilmente cocciuto.



Le parole color pesca (II)
marzo 17, 2012, 9:38 pm
Filed under: le parole color pesca

la solitudine ha i giorni contati
i fiori in ordine nei vasi
un bosco sempreverde
un calendario perpetuo
il pavimento pulito
la porta a spinta
la sedia più comoda della casa
le labbra screpolate
non trattiene la saliva
gli cola qualcosa dall’occhio
corre con un piede paralizzato
ha i capelli azzurri, come i principi inventati
le lampadine che scoppiano al suo passaggio
un florilegio di santi affrescati
la lingua sciolta
la parlantina che incanta
una fischietto d’oro per le allodole
una trappola per le rondini
vive in un luogo comune
è un comune mortale
cammina lentamente
lentamente odia chiunque
fa crescere solo rose
appende i suoi abiti al sole
ha non ha vergogna di restare
è sorda al tuo pregare
si mangia le unghie
mentre pensa all’amore
non risponde alle domande
non replica alle risposte
non conosce incertezze
aspetta solo che il giorno diventi
un altro giorno
o il giorno di un altro
sa contare bene
sa tutte le grammatiche
di noi analfabeti di qualsiasi volume
specialmente
di quello che ci spiega, stella per stella, il loro barlume.



A
marzo 1, 2012, 5:36 pm
Filed under: i fiori blu, le parole color pesca

e il tuo nome  viene su oggi come una parola dura
da dire ancora – per tutto quello che ci hanno
buttato dentro, prima di noi e intorno – ma senza
paura, ostinata e fiera, ha occhi che stappano via
anche il tempo, le ultime cicatrici sotto neve
rimaste in alto, nei pensieri prima ancora che
là dove il freddo è cuore lento e incredulo
e si scioglie piano, scorrendo alle mani, alla lingua.
Il nome è questo amore che è passato di qui
come per caso – come se fosse possibile il caso –
il buio che si tiene dentro la sua notte di occhi
non più che una promessa appoggiata al fianco.



Piccoli comici spaventati guerrieri
dicembre 21, 2011, 3:36 am
Filed under: le mani rosse, le parole color pesca

(…) La giornata tipo presso il Centro Diurno prevede turni della durata di quattro ore insieme ad altri operatori tirocinanti e agli ospiti, i quali frequentano con regolarità il Centro partecipando alle attività previste in alcuni giorni della settimana. Tali attività variano al fine di ottenere nuovi stimoli, nonché occasioni di sperimentare diverse modalità di mettersi in gioco ed entrare in contatto con il mondo esterno.

Oltre alla attività previste, l’ascolto del bisogno e della sofferenza del paziente viene  a configurarsi come nodo cruciale e fondamentale per entrare in contatto, prima, ed in relazione, poi, con il soggetto.

La funzione dell’operatore, che accoglie sulla propria pelle le proiezioni ed i vissuti soggettivi provenienti dal mondo interno dei pazienti psicotici, è quella di accettare in primo luogo la realtà dell’altro per quella che è, accogliere e rimandare al paziente che è possibile abitare quei luoghi, riconoscendone l’emozione sottostante dandole un nome affinché la persona possa accettarla, identificarla e familiarizzare con essa come parte della vita di ogni essere umano.

L’operatore deve altresì interrogarsi sul suo ruolo, sulla funzione della sua presenza nel gruppo e nella relazione e nelle dinamiche che vengono a crearsi con il paziente e con gli altri operatori, ponendosi domande su quello che è meglio per il paziente, sulle sue aspettative, sui suoi desideri, sulle sue motivazioni, sui suoi agiti, sugli obiettivi a medio e lungo termine, su interventi e modalità possibili perché un cambiamento possa strutturarsi.

Dal punto di vista clinico questa esperienza mi ha permesso di individuare e confrontarmi con alcune caratteristiche ricorrenti nei pazienti psicotici come la negazione della malattia. La malattia viene infatti frequentemente individuata negli altri, mentre in sé si coglie soltanto la parte sana e non bisognosa. Per l’operatore è fondamentale accogliere e accettare questo aspetto al fine di permettere l’aggancio. Si definisce così un doppio segreto indicibile: io so che tu sei malato, tu sai che io sono sano. Nella relazione con i pazienti ci si confronta con gli aspetti più patologici come la negazione della realtà storica e attuale, come conseguenza estrema della negazione dei bisogni, che vengono sostituiti con quello unico, tirannico di non avere bisogni. Tale negazione, che da un lato costa la rinuncia a tutte le soddisfazioni vitali legate all’altro, ma d’altra parte tutela dalle angosce inevitabilmente connesse all’esposizione di sé nei rapporti personali, compresi quelli amicali, ovvero il tipo di rapporto più semplice, il primo incontrato nello sviluppo evolutivo a partire dall’infanzia e volto all’individuazione e all’emancipazione, fallito, di solito,  in questi pazienti, per l’intolleranza dei primi oggetti relazionali a tollerare e promuovere questo movimento, ostacolandolo e paralizzandolo in modo più o meno consapevole.

Attraverso il lavoro d’equipe è possibile aggirare le difese più rigide, come quelle legate alla negazione della malattia, ed essere investiti di un transfert che può presentarsi in forme diversificate, più o meno fusionali, ambivalenti e traumatiche, ma comunque tali da permettere un approfondimento.

Il Centro Diurno è il luogo in cui il paziente può portare pezzi di sé (sani o patologici), dove esprimere i bisogni, dove esibirsi, esibendo il proprio delirio, oppure il proprio Io, o l’Io ideale, o l’Ideale dell’Io, o fare sentire come può essere crudele un Super-Io. Dove espandersi e limitarsi, dove annoiarsi, cercare o trovare quell’amicizia frequentemente non incontrata nel mondo esterno. Dove mostrare la propria onnipotenza o la propria aggressività, gridando, sgridando, tiranneggiando.

Dove fuggire, lasciare, sperimentare l’essere lasciati, l’abbandono e la separazione o farli provare agli altri, dove acquisire abilità o recitare o giocare.

Il Centro è il luogo, quindi, dove potersi incontrare, dove poter vivere.

L’obiettivo è che il paziente riesca ad adattarsi ad una realtà che egli stesso contribuisce a creare. Per rispondere ai bisogni del paziente psicotico occorre saper accettare il ruolo di partner simbiotico , dove l’operatore esiste solo in funzione di un bisogno immediato, e saper assumere la funzione di Io ausiliario alleandosi con le parti più evolute.

All’operatore viene chiesto di tuffarsi in una relazione in cui si corre il pericolo di sprofondare insieme al paziente, è essenziale sapere di non essere mai soli e di poter contare sul gruppo con cui poter condividere l’esperienza vissuta. La funzione del gruppo è fondamentale e viene a costituirsi come depositario della funzione curante, diventa contenitore delle parti più sofferenti. Il gruppo svolge un grosso lavoro di elaborazione, integrazione e sintesi essenziale, diventando contenitore di aspetti scissi e frammentati dove il sentimento di inutilità può portare al tentativo di capire e modificare qualcosa solo partendo dal vivere l’impossibilità apparente di riuscire a capire che è del paziente. Il momento della riunione d’equipe consente di mettere insieme i pezzi emotivi sparsi, lo spazio dove il gruppo mentale diventa concreto e dove poter pensare, sentire, ascoltare attraverso il punto di vista dell’altro.

Il mio tirocinio si è concluso ieri.
Sono scivolata fuori dalla stanza chiudendomi alle spalle la porta e un pezzo di cuore.



Le parole color pesca
novembre 25, 2011, 9:34 pm
Filed under: le mani rosse, le parole color pesca

Mi hanno detto di scriverti, ma non posso. Ti sei portato via tutte le mie parole. Non me ne sono accorta subito, ma dopo qualche giorno, quando le ho cercate, come quando cerchi la camicia di quel colore, o quelle scarpe, e non ci sono più, sono svanite.

Ho rovesciato ogni parte di me per ritrovarle, ma non ci sono. Una volta telefonai per chiedere se per caso avessi lasciato in una stanza una parola che mi apparteneva: era leggera, dava sul pesca.

Quando mi arrivò, aveva ancora tutto il suo profumo, la sua dolcezza. Era schiacciata, ma era intera. Ricordo di averla baciata dalla gioia di riaverla con me.

In realtà non tutte le mie parole sono da te, ora. Ce n’è una che, non so come, ho riportato a casa. Ma è deperita. E sono così preoccupata che mi pare che si consumi solo a guardarla. Quando vado in giro, mi dicono, ma no, dai, guarda che bella cera: sta bene; e poi quei calzoncini corti, sono nuovi? li indossa perfetti. Ma io so che non è vero. Mentono. Tutti.

So che non potrei mai scrivertela e mandertela in queste condizioni. E’ così sola. Certo, basta a se stessa. La mattina non c’è bisogno che le prepari niente: si sveglia insieme a me e come due vecchi sposi andiamo in cucina e ci mettiamo sotto la lampada di sempre e leggiamo bevendo il caffé. Adesso ci stiamo in due sulla sedia, perché lei si è così assottigliata, rimpicciolita. Credo che segretamente voglia scomparire, ma non potrà mai farlo. Questa è una parola che nessuno può far scomparire. Qualcuno la dimentica, altri la maltrattano, altri ancora la prendono come un gioco.

Quando torna da una breve passeggiata, vorrei che mi raccontasse com’è andata, ma risponde sempre allo stesso modo: tutto bene. Ma so che non è così: so che si è trascinata tra la gente, che ha finto di guardare le vetrine, che non è entrata in gelateria, che ha girato la testa da un’altra parte se ha notato qualcuno che la potesse interrogare su di me. o, peggio, su se stessa. Che quando è di spalle, in tanti si fanno una risatina certi di non essere sentiti, né scoperti. Sono quelli che si sentono al sicuro con le loro parole.

Così non ti scriverò; non posso proprio. Sono stanca, ma bado a questa parola, la metto a letto presto, le preparo i libri aperti per vedere se trova un posto dove trascorrere una notte a suo agio. Una volta l’ho messa tra le poesie di Wisława Szymborska e mi parve quasi che si fosse ripresa. Ma quando finì il libro – l’avrà percorso avanti e indietro dieci volte – mi ha guardato con gli occhi pieni di lacrime e non ha parlato per un giorno intero. Così la lascio stare.

Di lei, non so dirti altro.