Una nera rabbia di poesia sul petto. (Pier Paolo Pasolini)


Mamma Roma
aprile 20, 2013, 5:35 pm
Filed under: il bosco sempreverde

[…] Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto,
mi aggiro più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più
 […]

(Pier Paolo Pasolini, da “Un solo rudere”)

Dentro questo film Pasolini condensa le tematiche dei romanzi: borgate, rabbia, e squallida miseria, la lotta accanita per sopravvivere di chi non ha nulla, nemmeno un motivo.

La storia è quella di una prostituta (Anna Magnani) che, una volta libera dal proprio protettore Carmine (Franco Citti), allestisce un banco della frutta al mercato e sceglie di occuparsi del figlio adolescente Ettore (Ettore Garofolo) perchè abbia un futuro dignitoso. Ma Carmine torna presto a bussare alla porta di Mamma Roma per riportarla in strada, finchè, fatalmente, la vita violenta delle periferie, i furti, l’attrazione per Bruna (Silvana Corsini), costeranno la Ettore la vita .

Assistiamo al matrimonio di Carmine -il banchetto di nozze cita quadri di cene rinascimentali-,celebrato tra maiali e affilati stornelli romani, che libera Mamma Roma da ogni legame. Mamma Roma dunque trapianta Ettore con sé da Guidonia a Roma, insieme a lui balla “Violino Zigano”, ma dopo poco tempo Carmine bussa alla sua porta, per chiederle di procuragli dei soldi per poter intraprendere un’attività in campagna.

La donna torna di nuovo sulla strada. Racconta la propria vita ai clienti in grandiosei passeggiate/piani-sequenza, dentro uno sfondo annichilito nel buio, quasi irreale, inesatto e inespresso, passa in un solo respiro dalla risata esplosiva al pianto angoscioso, regala il ritratto di una donna forte e condannata. Madre, amante, vittima e inconsapevole carnefice. Ma nel nuovo quartiere dove vive con Ettore può frequentare a messa, indicare al figlio le amicizie, fare la brava donna borghese. Ettore incontra Bruna, una ragazza generosa e stolida, poco più grande di lui, insieme alla quale scopre il sesso, e insieme a lei una compagnia di ragazzi di quartiere, di ragazzi di vita. Mamma Roma, pur di trovare un lavoro a Ettore e toglierlo dalla strada, organizza un ricatto ai danni di un ristoratore.

Le cose sembrano quindi sistemarsi: Mamma Roma regala a Ettore una motocicletta, Ettore viene assunto come cameriere, Biancofiore (l’amica prostituta, vestita sempre di bianco) si occupa di fare in modo che Ettore si allontani da Bruna. Ma il passato – circolare moto perpetuo – torna di nuovo, acquattato dietro i baffi crudeli di Carmine, che si è già stancato della vita bucolica, e ricatta Mamma Roma perchè torni a prostituirsi di nuovo,  minacciandola di svelare il suo passato a Ettore.

Nel frattempo il ragazzo smette di lavorare e vive di  furti nel quartiere. Ignorando la febbre e la malattia tenta di derubare un paziente in ospedale, viene arrestato. In galera muore, croficisso ad un letto di contenzione, invocando la madre e chiedendo ‘perchè mi hai abbandonato?’.

E se Ettore muore, muore come Cristo, ritratto per tre volte -la citazione del Cristo di Mantegna è perfino lapalissiana-, per tre volte rinnega di amare la madre, come Pietro, e come Cristo muore per peccati non suoi. Ettore, “nato dalle viscere di una donna morta”, che ha conosciuto (lei sì) tutta la cattiveria del mondo, e che invece di insegnare al figlio come difendersi nella selva delle periferie, lo inonda di un amore materno che uccide, accecata dal desiderio di raggiungere la stabilità borghese che non le è propria, con una mentalità (tipica tra l’altro del sottoproletariato dell’epoca) conservatrice e cattolica (rimprovera Ettore che se si mette “a fa’ er compagno” non andranno d’accordo). Lo trascina, inconsapevole – tragicamente dunque -, verso la disgrazia.

Quando alla madre viene comunicato che il figlio è morto, corre a casa inseguita da una piccola folla, si affaccia alla finestra e viene trattenuta a forza dal gettarsi di sotto. Osserva sgomenta la città.  La madre che uccide (senza volerlo, per raggiungere il benessere borghese) e la città che uccide (perché è lo stato borghese) hanno lo stesso nome: guardare Roma dalla finestra è un guardarsi allo specchio, nello stesso modo ferisce. Gli occhi sbarrati della Magnani si spalancano in un sussulto amaro agghiacciante e finalmente consapevole sulla vera colpevole. Tu ancora non la conosci tutta la cattiveria del mondo, Ettore. Tu ancora non la conosci tutta la cattiveria di Roma. Eccola.

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1 commento so far
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La poesia mi ha scioccato, mi fa sentire la morte dentro, soprattutto la parte del feto adulto è molto macabra. Dirò che non mi piace.

Commento di tona75




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