Una nera rabbia di poesia sul petto. (Pier Paolo Pasolini)


I giganti della montagna (L.Pirandello)
novembre 20, 2011, 6:16 pm
Filed under: il bosco sempreverde
Era estate, ero piccola ed ero sola. Traversare la città da un capo all’altro, come feci, armata soltanto di uno stradario e di un trafiletto sul giornale che indicava un titolo e un orario, era un’impresa eroica e folle, che mi valse una lunga sequela di raccomandazioni ansiogene, sguardi di rimprovero ed aperti rimbrotti. Massipuòsapere cherobbè? Bofonchiò mio padre, io nun l’ho mai sentito, replicò mia madre, a sottolineare il carattere malevolo e sgraziato della mia bizzarria, e io nemmeno l’avevo mai sentito, ma dissi che era Pirandello e che tanto mi bastava. Spiegai che avrei chiamato a metà strada e poi all’arrivo, che avrei attraversato solo con cautela, che avrei camminato in fretta e senza dare confidenza a nessuno, che avevo capito bene la strada, che non avrei accettato alcuna caramella nè passaggi in macchina, e poi siccome quindici anni erano troppi per impedirmi di uscire di pomeriggio con la forza si rassegnarono.
L’ansia dei miei mi aveva però contagiato, ed arrivai sul lugo dell’appuntamento appesantita da ogni genere di presagio funesto: in un secondo fui certa che quella sul giornale fosse una indicazione volutamente grossolana ed imprecisa, o peggio, un inganno, che avessi sbagliato posto, che avessi perso telefono, documenti e soldi.
Ero arrivata infatti in un meraviglioso chiostro, affacciato su un panorama mozzafiato: davanti a me il profilo eterno di Roma si dipanava in tutta la sua gloria, contro un tramonto che incominciava a dipingere d’oro ogni cosa.
In un certo senso, però, fu un bene: altrimenti non ricorderei, a distanza di dieci anni, la gloriosa sensazione di vittoria che m’illuminò il petto, quando mi accorsi che il luogo non l’avevo sbagliato, la borsa non l’avevo persa, potevo telefonare a casa e stare tranquilla in attesa che la tenda si levasse.

Di Pirandello conoscevo poco, di quel testo lì, in particolare, proprio nulla: fu per questo che potei spalancare gli occhi e innamorarmi dei personaggi senza alcuna riserva. Una compagnia di attori girovaghi, guidata dalla contessa Ilse, avendo  deciso di recitare “La favola del figlio cambiato”  e  non trovando accoglienza nei comuni teatri, giunge ad una villa che sembra abbandonata. Gli strani e misteriosi abitanti della villa, il mago Cotrone e gli Scalognati, cercano dapprima di allontanarli con tuoni, fulmini, apparizioni di fantasmi e altro, infine, poiche` i commedianti non si lasciano intimorire, li accolgono, e Cotrone cerca di convincere la contessa a recitare per gli ospiti della villa il suo dramma, una storia scritta per lei da un giovane poeta che, innamorato e da lei respinto, si e` ucciso. La villa puo` accoglierli perché e` una ‘dimora molto particolare’, dove tutto puo` realizzarsi, basta volerlo: “Siamo qui come agli orli della vita, Contessa” dice Crotone ad Ilse “Gli orli, a un comando, si distaccano, entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. E` cosa naturale. Avviene cio` che di solito nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… Tutto l’infinto che e` negli uomini, lei lo trovera` dentro e intorno a questa villa”

Vedi come i cerchi si chiudono sempre? Dieci anni dopo, in quella villa arrivai anch’io.

Ma Ilse non accetta, vuole che, in qualche modo, chi assiste all’opera teatrale venga coinvolto, magari in modo conflittuale; allora Cotrone le propone di recitare la sua favola ai Giganti della montagna, potenti signori occupati nella realizzazione di grandi opere, che potrebbero inserirla in un contesto di festeggiamenti per un loro importante matrimonio.

La tragedia termina con l’arrivo dei Giganti (si odono musiche e urla quasi selvagge) ed ecco le ultime parole scritte da Pirandello e pronunciate da Diamante, la seconda donna della compagnia del teatranti: “Ho paura…”
Nell’epilogo, che non e` nel dramma, ma che era nelle intenzioni dell’autore, poi, si viene a sapere che i Giganti, tutta razionalita` e interessi materiali, non accettano la proposta, non hanno tempo per  la poesia e le cose dello spirito, ma permettono che la rappresentazione venga allestita per il popolo, i loro servitori. Ilse, pure consapevole del pericolo di portare la sua arte a chi e` completamente privo di sensibilita`, accetta. Urla e fischi accolgono la rappresentazione, gli attori reagiscono, nasce una zuffa, Ilse, coi capelli color rame caldo,  viene uccisa.Questa scena, l’ultima, Pirandello non la scrisse mai. Se non potè o non volle, è difficile dire, se la scena lo tentò nel buio degli angoli, nella sera, con gli occhi brillanti e le labbra ardenti, se lui non la scrisse perchè troppo difficile, o troppo bella.
Potrà sembrare strano ma occorre forse, per entrare in profondità in questo mito, che è il mito dell’arte ma è anche una concreta storia umana, in cui realtà e trasposizione cosmica si fondono quasi sempre con una felicità ineguagliabile, una disposizione candida, una ingenuità di sentire che si incanti dei lampi finti, delle luci, delle apparizioni, come possono incantarsi dei bambini: bambini che sanno già troppo, certo, ma sempre pronti ad un gioco di poesia.E di questa, nei Giganti della montagna, ce n’è molta. Mai ha tanto saputo distendersi, rompere ad un certo punto una disperata dialettica per raggiungere una serena misura di canto. Proprio in questa poesia, il dramma di Ilse e dei Comici arrivati una notte improvvisamente in una misteriosa villa ove vivono dei candidi illusi, ubriachi di infinito, fuori della vita, e costretti dalla loro stessa frenesia ad abbandonarla per recitare in mezzo ai “Giganti” che uccideranno Ilse inevitabilmente, acquista il suo sapore eterno.Ed ecco così che il rinunciare da parte dei Comici alla villa diventa tragedia esplicita del cessare dall’infinito nell’attimo stesso di ogni creazione. La fatalità che è nella natura stessa dell’arte non mai contenta di sé ma abbisognevole del coro intento di una collettività armonica che l’accetti, spinge Ilse a non accettare il mondo degli Scalognati e di Cotrone. Al di qua ci sono i Giganti ma solo ad essi è possibile rivolgersi e tentare una parola di comprensione, perché solo essi anche se non lo capiscono, potranno capire un giorno e tramutare la pazzia di Ilse in concreta pacificazione. Questa è la desolata, la più desolata conclusione forse che Pirandello ci abbia lasciato, ma a cui pure freme l’ansia di ritrovare una “Società” composta, in cui si ritrova un altissimo messaggio che è di disperazione e di fede, al tempo stesso, nell’uomo. Un messaggio di perdono e di pietà.

Pietà per tutti.
Per chi non sa far capire,
per chi non capisce,
per chi uccide
e per chi viene ucciso.

Altro Pirandello non poteva dirci e forse è suprema grazia che la sua ultima parola si sia arresa nella lucida pace, agghiacciata come un cristallo, dei Giganti della montagna. A noi di accettarlo o, come Giganti, respingerlo. A noi di ritrovare una meraviglia incantata in quella fantastica camera dei fantocci, dove tutto il mondo del teatro si condensa misteriosamente, dove i sogni parlano e danzano. A noi capire che nella sgangherata carretta che trasporta Ilse morta, nel viaggio lento dei Comici, in questo corteo funebre per la Poesia uccisa, lungo la platea viaggia sì tutta la nostra storia di teatranti in pena, con tutti i nostri errori, con le nostre frenesie, ma viaggia forse, anche tutta la miseria di questo nostro povero mondo alla deriva.
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