Una nera rabbia di poesia sul petto. (Pier Paolo Pasolini)


Hänsel e Gretel
aprile 20, 2013, 6:01 pm
Filed under: il bosco sempreverde, le mani rosse

 

Hänsel e Gretel hanno fame. Arrivano dentro la fiaba da una realtà dove indigenza, abbandono dei minori e alto tasso di mortalità infantile sono la regola più che l’eccezione. Accolti ignari nella casa della strega banchettano a base di latte, frittelle, mele e noci. Niente carne: cibo che, sebbene in una declinazione più che mai macabra, è destinato alla vecchia cannibale, ma i bambini si stupiscono davanti alla quantità mai vista di cibi, dolci, innocui, prelibati. E nella fiaba lo stupore va di pari passo con le aspettative dei fanciulli: l’insolito non è mai il totalmente nuovo, ma qualcosa che si rivela nel quotidiano.
Come può la vecchina claudicante di Hänsel e Gretel essere letale a due ragazzini più svelti e vitali di lei? Che cos’è il terrore che così bene sopravvive nella fiaba? La strega è un’antimadre: guasta, dove la figura materna accudisce; sbrana, dove l’altra nutre.  L’odorato fine della donna ci suggerisce che un predatore è in agguato. Dagli occhi offuscati e semiciechi, le iridi arrossate, esce il vapore infestante del malocchio, che si attacca alla pelle dei bambini, li incanta e li consuma prima ancora che siano cotti e divorati.
Il corpo della strega è infatti il vero nemico: la vecchiaia che lo abita con gli umori putrefatti e le ossa scricchiolanti, mostra la fondamentale fragilità del vivente.
Da una parte la figura disseccata, adunca della strega, dall’ altra i bambini carichi di sangue da spendere nel futuro. Ma l’opposizione allegorica non si riduce semplicemente a questo, c’è qualcosa di inquietante anche nei due bambini. Dopotutto siamo in una fiaba, non nel contesto moderno delle accuse. Non c’è un villaggio ed una comunità dove il sospetto si diffonde, dove il disprezzo si può attaccare ad un membro qualunque, spesso il più economicamente svantaggiato – una vedova, una zitella, una donna povera e dalla lingua svelta. No, qui la strega è potente, anche se nascosta dal sembiante della vecchiaia.
Un bosco la divide dal mondo abitato, indicandola esplicitamente come l’estranea temibile, ma segnando anche lo spazio dell’esperienza, che da esteriore si fa interiore, che occorre percorrere per trovarsi davvero davanti a se stessi, riconoscendo le cose del mondo nell’ intimità della nostra persona.  Il tratto della fame accomuna i bambini al loro avversario:  arrivano nel bosco dal buio della nascita, sono la nemesi della strega e Gretel quasi le assomiglia quando, una volta imprigionato e messo ad ingrassare Hänsel, lavora come serva nella casetta. Le è così tanto prossima che è lei a spingerla nel forno: ricaccia indietro la morte, perché la conosce, sa che prima di incontrarla definitivamente è necessario passarle attraverso, mangiare alla sua mensa, dormire nella sua trappola. Ciò che temete è ciò che sarete, insegna la strega. Lontano dalla protezione dei genitori, i due bambini devono bastare a se stessi, costruirsi la loro casa, smontando pezzo per pezzo quella ultima della morte, disarmandola, così che sia infine solo un passaggio come tanti – il più umano di tutti.

Via dalla capanna della strega, con le mani piene della sua ricchezza, fratello e sorella vogliono tornare dal babbo, anche se lui è stato vile e pavido. Incontrano un’anatra bianca, forse la loro anima rivelata, che li aiuta ad attraversare il fiume, sulla strada verso casa. Io credo che l’anima di Hänsel e Gretel, il motivo per cui questa storia andrebbe raccontata ai bambini, rifuggendo per una volta quei pudori del tutto contemporanei per cui un bambino non deve confrontarsi con il pauroso, sia la loro cura reciproca. I bambini fiabeschi stanno nel mondo dove si diventa grandi rafforzandosi l’un l’altro, non abbandonandosi se uno diventa più debole, se uno è più sciocco o se addirittura, come in Fratellino e Sorellina, viene trasformato in un piccolo capriolo. Nelle fiabe si dipinge un universo tremendo, costellato di genitori manchevoli o presi da se stessi, e dei peggiori vizi della storia umana, dallo specismo alla xenofobia. Poi arriva l’amore e non è mai facile, ma ha in sé tutta una serie di cose complesse e preziose, quali l’accettazione, il coraggio, la pazienza, il perdono. So di essere stata Gretel un giorno e di aver conosciuto streghe che nella società adulta non volevano stare, fossero esse gattare folli e sporche sopra i monti, o nonne per sempre e solo innamorate dei bambini.  So di aver amato mio fratello Hänsel, anche quando cambiava volto, quando era morto ed ero sola ad attraversare l’acqua. La piccola anatra mi ricordava che c’era, che le sue briciole avevano riempito stomaci di passeri e storni tutt’ora canterini, che i suoi sassi erano ben lucenti su di un sentiero. Che è vero che si muore, ma non così si finisce, anche se fa male, si starà in qualcos’altro che è molto privato come ad ognuno visibile, qualcosa che non teme nemmeno la fame, l’orlo del bosco, la sua propria dissoluzione.

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Mamma Roma
aprile 20, 2013, 5:35 pm
Filed under: il bosco sempreverde

[…] Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto,
mi aggiro più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più
 […]

(Pier Paolo Pasolini, da “Un solo rudere”)

Dentro questo film Pasolini condensa le tematiche dei romanzi: borgate, rabbia, e squallida miseria, la lotta accanita per sopravvivere di chi non ha nulla, nemmeno un motivo.

La storia è quella di una prostituta (Anna Magnani) che, una volta libera dal proprio protettore Carmine (Franco Citti), allestisce un banco della frutta al mercato e sceglie di occuparsi del figlio adolescente Ettore (Ettore Garofolo) perchè abbia un futuro dignitoso. Ma Carmine torna presto a bussare alla porta di Mamma Roma per riportarla in strada, finchè, fatalmente, la vita violenta delle periferie, i furti, l’attrazione per Bruna (Silvana Corsini), costeranno la Ettore la vita .

Assistiamo al matrimonio di Carmine -il banchetto di nozze cita quadri di cene rinascimentali-,celebrato tra maiali e affilati stornelli romani, che libera Mamma Roma da ogni legame. Mamma Roma dunque trapianta Ettore con sé da Guidonia a Roma, insieme a lui balla “Violino Zigano”, ma dopo poco tempo Carmine bussa alla sua porta, per chiederle di procuragli dei soldi per poter intraprendere un’attività in campagna.

La donna torna di nuovo sulla strada. Racconta la propria vita ai clienti in grandiosei passeggiate/piani-sequenza, dentro uno sfondo annichilito nel buio, quasi irreale, inesatto e inespresso, passa in un solo respiro dalla risata esplosiva al pianto angoscioso, regala il ritratto di una donna forte e condannata. Madre, amante, vittima e inconsapevole carnefice. Ma nel nuovo quartiere dove vive con Ettore può frequentare a messa, indicare al figlio le amicizie, fare la brava donna borghese. Ettore incontra Bruna, una ragazza generosa e stolida, poco più grande di lui, insieme alla quale scopre il sesso, e insieme a lei una compagnia di ragazzi di quartiere, di ragazzi di vita. Mamma Roma, pur di trovare un lavoro a Ettore e toglierlo dalla strada, organizza un ricatto ai danni di un ristoratore.

Le cose sembrano quindi sistemarsi: Mamma Roma regala a Ettore una motocicletta, Ettore viene assunto come cameriere, Biancofiore (l’amica prostituta, vestita sempre di bianco) si occupa di fare in modo che Ettore si allontani da Bruna. Ma il passato – circolare moto perpetuo – torna di nuovo, acquattato dietro i baffi crudeli di Carmine, che si è già stancato della vita bucolica, e ricatta Mamma Roma perchè torni a prostituirsi di nuovo,  minacciandola di svelare il suo passato a Ettore.

Nel frattempo il ragazzo smette di lavorare e vive di  furti nel quartiere. Ignorando la febbre e la malattia tenta di derubare un paziente in ospedale, viene arrestato. In galera muore, croficisso ad un letto di contenzione, invocando la madre e chiedendo ‘perchè mi hai abbandonato?’.

E se Ettore muore, muore come Cristo, ritratto per tre volte -la citazione del Cristo di Mantegna è perfino lapalissiana-, per tre volte rinnega di amare la madre, come Pietro, e come Cristo muore per peccati non suoi. Ettore, “nato dalle viscere di una donna morta”, che ha conosciuto (lei sì) tutta la cattiveria del mondo, e che invece di insegnare al figlio come difendersi nella selva delle periferie, lo inonda di un amore materno che uccide, accecata dal desiderio di raggiungere la stabilità borghese che non le è propria, con una mentalità (tipica tra l’altro del sottoproletariato dell’epoca) conservatrice e cattolica (rimprovera Ettore che se si mette “a fa’ er compagno” non andranno d’accordo). Lo trascina, inconsapevole – tragicamente dunque -, verso la disgrazia.

Quando alla madre viene comunicato che il figlio è morto, corre a casa inseguita da una piccola folla, si affaccia alla finestra e viene trattenuta a forza dal gettarsi di sotto. Osserva sgomenta la città.  La madre che uccide (senza volerlo, per raggiungere il benessere borghese) e la città che uccide (perché è lo stato borghese) hanno lo stesso nome: guardare Roma dalla finestra è un guardarsi allo specchio, nello stesso modo ferisce. Gli occhi sbarrati della Magnani si spalancano in un sussulto amaro agghiacciante e finalmente consapevole sulla vera colpevole. Tu ancora non la conosci tutta la cattiveria del mondo, Ettore. Tu ancora non la conosci tutta la cattiveria di Roma. Eccola.



settembre 26, 2012, 7:12 am
Filed under: i fiori blu, le parole color pesca

non importa se il muro parla
chi corre e tace
se il piede spinge su un pedale solo
se arriva una nube che fa notte
io sono dall’altra parte;
non importa la pioggia e nemmeno il suo sospetto
la spia che fa il vento
non importa se l’autunno mi reclama
gli occhi e la rossa vena
meno ancora conta la trama
non importa l’inchiostro quasi finito
e se rimando di scriverti
dalla porta accanto
non importa se il pane è indurito
se non ho spostato il tavolo
se ho sentito quel volo
che fanno le tue risate
passeri che hanno scelto l’albero più folto
se fanno convegno, vivi frutti del cielo,
non importa se la piastrella è rotta
se la stanza ha perso una parete
se il cardine del sogno è bloccato
se il gomito mi duole e le ossa dietro
come un filo elettrico,
non importa il vestito
del risveglio
e il segno che tracci
perché ci resti dietro
io sono di vetro;
non importa se la grazia della mano
rimane sospesa
come una sorpresa che aveva preparato
per scaldarti il fiato,
non importa se ogni futuro
è posticipato
io sono la più piccola frazione del presente
e sarà così facile andarsene
un battere di ciglia,
di neve mi riempio il cuore
come un bicchiere e fingo che sia dolce
non importa
io sono al suo bianco breve, fedele.



luglio 12, 2012, 9:03 am
Filed under: i fiori blu, le mani rosse

ti attorniano gli angeli infanti del palazzo,
senza naso, e le mani dee, le mani non custodite nelle mani
con le dita sgretolate, ad una ad una, che non possono difendere la grazia del gesto né dal tempo né dal caso.

*

lasciami i fiori sul gradino
senza acqua, senza parole, un segno di aprile,
sarà la tenerezza a farmi salire
avrò leggeri i piedi,  passo passo di neve,
arriverò da te in cristallo, quasi senza respirare.

*

stanotte reciterò il breviario della pioggia,
litanie discrete, senza gloria;
invocherò le tue ginocchia, il tuo petto,
come  da bambina, cercherò il perdono
per un peccato commesso sul momento, piccolo.

*

il mattino tortora.
il parco costeggiato.



A Veronica
giugno 20, 2012, 8:41 am
Filed under: i fiori blu
La bocca piena del tuo amore splendente
spunta sulla boscaglia tremolante del mondo,
finito il moto
per un secondo ancora
sbatte e colpisce la luna,
i satelliti s’inceppano
in una vecchia promessa
e insieme voltano ammainati i venti:
ecco il tuo abbraccio che spezza
ecco il tuo cuore  inadatto
ecco la tua lingua incomprensibile.


giugno 8, 2012, 9:12 am
Filed under: le parole color pesca

bastami cielo
così come sei, pulito,
un fazzoletto
anche per un’unica rondine;
bastami,
ti terrò sollevato sul capo
per questo sole senza scampo;
bastami,
per chiuderci dentro
un anellino per quella volta sola
e come pagina piegata in quattro dal pianto
e soltanto
per una lucentezza paca, mattutina
dalla finestra che non ho più aperto.



L’amore a pezzi
maggio 11, 2012, 10:34 pm
Filed under: le mani rosse

non guardarmi partire,
potresti accecarmi
luce che si frappone tra terra e cielo, madreperla,
tesoro per il pescatore
vena per il cercatore d’oro,
ho in sospeso un conto col giorno
gli pago il lungo debito del ritorno
in pensieri sonanti, in pensieri neri,
in colonna, a collana, tutti gli ieri, i vuoti nei bicchieri,
i colmi dei pianti, i fiordalisi scomparsi dal grano,
le mille buche a iperbole
per riparare almeno una mano, almeno il mio essere umano,
i tuoi occhi li ho in grembo
incisione rupestre, primitiva,
in cambio
dell’attesa
porterò l’innocenza – a te comune – di essere viva.